Il diritto di perdersi
Agosto è il mese in cui le città italiane rallentano. Le saracinesche restano abbassate, il traffico si dirada, l’ora in cui si esce di casa si sposta in avanti (soprattutto quest’estate). In questo scenario, torna possibile fare una cosa che di solito non si ha più tempo e spazio di fare: camminare senza sapere esattamente dove si sta andando.
Perdersi è stato a lungo parte integrante dell’esperienza urbana. Aveva anche un nome, flânerie. Andare oziosamente per le vie, senza fretta, lasciando che sia il paesaggio a decidere la direzione. Oggi è diverso. Ogni percorso è calcolato prima di partire, ogni posto è recensito prima di essere visto, ogni deviazione è un errore che il navigatore corregge in tre secondi. La città funziona benissimo. Forse troppo.
Il flâneur nasce con il poeta francese Charles Baudelaire, che nel 1863 descrive l’uomo che fa della folla la propria casa e dell’osservazione un mestiere. Un secolo dopo, è il filosofo tedesco Walter Benjamin a farne un metodo e trasformare la città della flânerie in un testo da leggere in ogni sua riga. I passages di Parigi in cui quella figura nasce erano gallerie commerciali e il flâneur nasce non contro il commercio, ma dentro il commercio. A rendere possibile la flânerie non era l’assenza di negozi ma un insieme di condizioni molto materiali. Una copertura di vetro contro la pioggia, un pavimento continuo e, soprattutto, la possibilità di stare lì dentro senza dover giustificare la propria presenza.
Quando quelle condizioni cambiano, la pratica muore. Non è stata la tecnologia a chiudere i passages, sono stati i boulevard di Haussmann e i grandi magazzini, cioè una scelta urbanistica e un nuovo modello commerciale. Già allora perdersi non era un fatto di mentalità ma un effetto collaterale di politiche urbane. Vale anche per la nostra versione locale di quel tempo senza scopo. La passeggiata, il corso, lo struscio. Dove sono spariti i posti dove sedersi senza pagare e gli esercizi aperti la sera, è sparita anche quella. Nessuno l’ha decisa formalmente. Semplicemente, è successo.
Vagare, del resto, non è mai stata un’esperienza distribuita equamente. Il flâneur classico era un uomo, borghese, con reddito e tempo libero, e già nel 1985 la sociologa inglese Janet Wolff sosteneva che nella città ottocentesca la sua versione femminile non potesse esistere. Se volessimo aggiornare la lista di chi non può permettersi la flânerie troviamo adolescenti guardati con sospetto al primo schiamazzo, anziani senza una panchina a distanza utile, persone con disabilità, migranti e, più in generale, chiunque abbia un corpo o un colore della pelle che attira controlli. In Italia tutto questo ha anche una base normativa fatta di ordinanze sul decoro e di strumenti di allontanamento dalle aree urbane, che stabiliscono chi può sostare e chi no. Chi può camminare senza scopo in una città dice di quella città più di molte classifiche sulla qualità della vita.
Una risposta il Novecento l’aveva data, ed era ambiziosa. Nel 1956 l’architetto viennese Victor Gruen firma in Minnesota il primo centro commerciale chiuso e climatizzato al mondo, con l’idea di ricostruire nella periferia americana qualcosa che assomigliasse a una città europea. Il risultato è andato altrove. Resta il suo nome legato all’effetto Gruen, il disorientamento progettato che fa perdere al cliente il senso del tempo e lo spinge a comprare (suona familiare, vero?). Ma nel mall non ti perdi. Ti disorienti, appunto, perché sei sempre dentro un programma scritto da qualcun altro. Quando i mall hanno cominciato a chiudere il vagabondaggio si è spostato nelle aree industriali dismesse. Con un paradosso. Quelle fotografie di ruggine e piante spontanee finiscono quasi sempre nel moodboard della rigenerazione che cancellerà il posto.
Che la ruvidità sia una decisione e non una condizione atmosferica è il punto di “For Audacity”, il report sui dieci segnali che stanno cambiando le città scritto dal nostro co-founder Stefano Daelli. Molto spazio pubblico contemporaneo, osserva, è troppo curato per essere vero e troppo gestito per essere davvero pubblico. E nelle città ottimizzate per velocità ed efficienza le persone hanno ricominciato a chiedere un po’ di inefficienza. Angoli imperfetti, spazi non programmati, tutto quello che di solito viene tagliato in post-produzione.
Qualcuno stabilisce quali parti di città restano ruvide e quali vengono levigate, e quel qualcuno ha un nome e un ufficio.
Da qui si capisce perché camminare senza meta, che sembra il più immateriale dei gesti, abbia bisogno di cose pesantissime. Panchine e ombra. Portici. Piani terra che si possono attraversare e non solo guardare. Illuminazione che non serva solo a sorvegliare. Orari che non finiscono alle otto di sera. Nessuno di questi elementi nasce da un’ispirazione poetica. Nascono da regolamenti, bandi, concessioni di suolo pubblico, discipline dei piani terra.
Una città dove ci si può perdere non è una città distratta ma una città all’avanguardia che ha deciso di fare qualcosa di innovativo. Tollerare il non programmato.
Anche questo è diritto alla città. Un tempo urbano senza scopo, che non produce niente e proprio per questo vale moltissimo.

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L’ATLANTE DI FUTURE 4 CITIES
Sta arrivando settembre. Questo vuol dire che manca poco alla nuova edizione di Future4Cities! Lo sapete già, ma ve lo diciamo un’altra volta: ci vediamo alle OGR di Torino dal 25 al 27 settembre con la nuova edizione del festival che, tra talk, panel, incontri prova a disegnare il futuro delle città.
Una parte molto importante del festival è il suo Premio, che in quattro edizioni ci ha permesso di costruire una vera e propria mappa dell’innovazione urbana italiana. Non teorie, ma pratiche quotidiane di chi sta già nel concreto cambiando i suoi territori giorno dopo giorno.
Per prepararsi meglio alla nuova edizione del Premio Future4Cities, abbiamo preparato per voi questo Atlante per scoprire tutto (ma proprio tutto) quello che c’è da sapere. Dalle categorie alle ricorrenze, dai dati alle curiosità (ad esempio, avreste mai detto che su 250 progetti solo il 3% parla di Intelligenze Artificiale?).
Insomma, stiamo scaldando i motori e potete leggere tutto qui.
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SIAMO IN FINALE PER IL PADIGLIONE ITALIA ALLA BIENNALE ARCHITETTURA
Per ora non possiamo dirvi ancora molto, ma facciamo parte di un collettivo che è in finale per curare il Padiglione Italia alla prossima Biennale Architettura 2027 (curata da Wang Shu e Lu Wenyu). Il capofila di questo progetto è lo studio di architettura Alvisi Kirimoto, ma il team di lavoro è molto ampio e autenticamente multidisciplinare perché coinvolge anche Edera, Ezio Micelli (un nome che qui a FROM è di casa), l’artista Massimo Bartolini, Sex and the City e noi.
Per ora possiamo solo dirvi il titolo del progetto: Casa Comune, Futuro Possibile.
Fate il tifo per noi!
Potete leggere il resoconto dei progetti finalisti su Artribune
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BARI CAPITALE EUROPEA DEL PICCOLO COMMERCIO: A CHE PUNTO SIAMO
Procede il percorso di candidatura di Bari a Capitale Europea del Piccolo Commercio, il riconoscimento con cui la Commissione Europea premia le città che trattano il commercio di prossimità come uno strumento di politica urbana da città costruita sugli scambi.
Come FROM, stiamo supportando il Comune in questo percorso che si poggia su una coalizione larga. Nel gruppo dei promotori ci sono anche Città Metropolitana, Regione Puglia e Camera di Commercio insieme a Confcommercio Bari-BAT, Confesercenti, Confartigianato, CNA e Coldiretti, più le tre università cittadine. Accanto c’è un comitato scientifico di respiro nazionale che vede partecipare Ezio Manzini, Stefano ed Ezio Micelli, Paolo Venturi, Alex Giordano, Cecilia Manzo, Paolo Testa e i baresi Letizia Carrera, Nicola Martinelli e Giovanni Schiuma.
Tante le attività in cantiere che accompagnano l’elaborazione del dossier di candidatura, da consegnare ad inizio Ottobre. Abbiamo lanciato la call I Negozi del Cuore (che scade l’1 settembre) per mappare i negozi più amati dalla città, stiamo co-progettando insieme a partner ed esercenti la seconda edizione della Scuola barese di commercio, il programma di formazione gratuita pensato per lasciare sul territorio competenze durevoli e non solo eventi passeggeri.
Ci vedremo a metà settembre in Fiera del Levante, per discutere pubblicamente i punti di forza su cui costruire il dossier di candidatura.
Scoprite tutto il percorso su questo sito.
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CI VEDIAMO AD “AWARE”!
Il 15 settembre a Milano si parla di come leggere, raccontare e attivare i territori. Il workshop internazionale “AWARE — Becoming Aware of Our Territories”, che abbiamo organizzato insieme all’Ordine e la Fondazione degli Architetti di Milano, mette insieme architettura, urbanistica e altre discipline per esplorare nuovi modi di interpretare e trasformare i quartieri.
L’incontro sarà in inglese, dalle 15 alle 18, in presenza (Via Solferino 17-19) e online. Un’occasione per confrontarsi con esperienze internazionali e capire come linguaggi e strumenti diversi possano aiutarci a costruire nuove narrazioni dei territori.
Oltre ad aver organizzato, FROM sarà presente con Stefano tra i relatori.
[appunti su]
Il futuro della musica nelle città
[leggi qui il post di Hamilton Santià]
Della cultura che tiene in piedi la città di notte si parla quasi solo quando dà fastidio, in termini di rumore e di ordine pubblico. Eppure quei locali sono un’occasione economica e, cosa che si dice ancora meno, un dispositivo di sicurezza sociale. Lo aveva capito Jane Jacobs sessant’anni fa, spiegando che una strada è sicura se resta frequentata anche quando gli uffici hanno chiuso. Un pub dove si suona il giovedì sera è uno di quegli occhi sulla strada, e quando chiude il quartiere non perde solo dei concerti.
È anche per questo che tra le prime misure del suo governo Andy Burnham ha tagliato del 20% l’imposta sugli immobili commerciali per pub, social club e locali di musica dal vivo in Inghilterra, coprendo il costo con le agevolazioni tolte ad attività che alla comunità non portano nulla. Entra in vigore nel 2027 e da sola non risolve molto, ma è un segnale, perché sposta quei posti dalle lamentele di categoria all’agenda di un governo.
Da noi sembra impensabile, e non per il diverso peso che la musica dal vivo ha nella cultura inglese. Il settore, in Italia, pesa parecchio. Il Rapporto SIAE 2025 certifica che i concerti hanno superato per la prima volta il miliardo di euro di spesa del pubblico e che, pur essendo il 2% degli eventi dello spettacolo, si prendono il 27% della spesa complessiva. Solo che mentre il valore cresce la base si restringe, e i locali che tengono vivo un quartiere dopo il tramonto chiudono uno dopo l’altro. Non sappiamo nemmeno quanti, perché un censimento nazionale non esiste.
Il futuro della musica, come ha scritto Shain Shapiro, non lo decide quasi mai l’industria discografica. Lo decide l’urbanistica. Gli uffici che concedono le licenze, i piani regolatori che stabiliscono cosa può stare accanto a cosa, gli orari dei trasporti che dicono fino a che ora una serata può durare, le risposte che un’amministrazione dà a chi chiede di chiudere un locale per disturbo della quiete. Decisioni che nessuno percepisce come politiche culturali, e che invece lo sono.
Qualcosa si muove, per ora in locale. L’Emilia-Romagna ha istituito un elenco regionale dei live club con un bando annuale da 300mila euro scarsi, ottimo punto di partenza, anche se resta un contributo a domanda mentre i costi che chiudono questi spazi sono ricorrenti. Il passo successivo sarebbe tradurlo in fiscalità, agendo su IMU, TARI e suolo pubblico, leve già in mano ai Comuni, e riconoscere una categoria che da noi non esiste, il locale di musica di base, con un credito d’imposta come quello di cinema e teatro. Il salto vero è contare un live club nella dotazione culturale di un quartiere, accanto alla biblioteca e al teatro. Nel frattempo i locali continuano a chiudere e le strade si spengono.
Inoltrato molte volte
Bogotà e Graffiti
Nelle scorse settimane Davide è stato a Bogotà per motivi squisitamente non lavorativi e ha notato che la città è davvero piena di murales. A questo proposito, il Post ci racconta come mai.
Progettare con Minecraft
E se i videogiochi ci aiutassero nella co-progettazione e abbassassero la soglia d’accesso aprendo anche agli adolescenti? È la domanda che ci viene spontanea quando leggiamo articoli come questo uscito sul New York Times, che racconta come dei ragazzini hanno contribuito a progettare il restauro di tre scalinate dopo l’esplosione del porto nel 2020 usando… Minecraft.
Open Library per accessibilità
E se per capire quanto una città sia davvero accessibile avessimo uno strumento open source? È la promessa di accessX, una libreria Python che mette insieme dati, reti pedonali e indicatori per misurare cosa si può raggiungere in 15 minuti e quanto l’accesso sia equamente distribuito. Qui il progetto e i casi studio su Amsterdam, Atene e Milano.
Le città dove si vive meglio in relazione ai soldi
In quali grandi città vale la pena vivere? Fino a che punto un "differenziale di costo" rappresenta un buon investimento. Quando diventa un brutto affare? Una mappa apre molte domande e riflessioni, incrociando dati su costo della vita e qualità della vita. Ci ricorda una cosa molto semplice: non tutte le città costose ci restituiscono abbastanza valore, in termini di servizi e opportunità. Leggi qui il post di Davide Agazzi e guarda la mappa.







