News da FROM - Febbraio 2026
Dove vi raccontiamo anche un paio di progetti stupendi che stiamo seguendo a Milano
Come si costruisce per davvero una città dei 15 minuti?
Negli ultimi anni “prossimità” è diventata una parola chiave del dibattito urbano globale. Non solo come slogan – la città dei 15 minuti, i quartieri completi, le comunità camminabili – ma come risposta strutturale a crisi che si intrecciano: clima, casa, mobilità, solitudine, disuguaglianze. Eppure, finora, la prossimità è rimasta spesso una promessa narrativa (e elettorale, soprattutto verso i quartieri che meno ne hanno bisogno). La vera domanda però dovrebbe essere come trasformare un’idea oggettivamente potente in una pratica amministrativa concreta, misurabile, replicabile?
Ad aiutarci, arriva il recente report Sustainable Proximities for a High Quality of Societal Life del Global Observatory of Sustainable Proximities che prova a fare proprio questo salto. Supervisionato da Carlos Moreno (il professore teorico della città dei 15 minuti), il lavoro costruisce un metodo operativo indirizzato proprio a governi e amministrazioni locali. L’Osservatorio – promosso da UN-Habitat, United Cities and Local Governments e Chaire ETI – prende l’eredità teorica della 15-minute city e la trasforma in un framework globale adattabile a contesti molto diversi, dal centro metropolitano europeo ai territori a bassa densità. Non si tratta più di un numero (15 o 30 minuti), ma di un’infrastruttura di decisione pubblica.
Il cuore del documento è la costruzione di un processo in cinque fasi che parla il linguaggio dell’amministrazione contemporanea: project inception, analisi data-driven, co-creazione people-driven, implementazione regolativa e progettuale, monitoraggio e mainstreaming. Si parte da obiettivi chiari e da una mappatura rigorosa di servizi e bisogni; si costruisce una matrice delle funzioni essenziali – vivere, lavorare, apprendere, curarsi, approvvigionarsi, godere dello spazio pubblico, governare – e si misura la loro accessibilità reale. Non solo distanza, ma qualità. Non solo presenza, ma equità. A supporto: 23 KPI, un High Quality of Societal Life Index, strumenti di stakeholder mapping, template di governance. Una vera e propria cassetta degli attrezzi (come si diceva una volta) per amministrazioni che vogliono uscire dall’improvvisazione.
La prossimità, un po’ come tutte le politiche urbane, non deve più essere “disegnata dall’alto”, ma costruita integrando dati georeferenziati, intelligenza territoriale e, ovviamente, partecipazione pubblica. Per questo il report insiste molto su persone, workshop collaborativi, validazioni multi-scalari. Significa riconoscere che una città di prossimità diventa un ecosistema che redistribuisce potere decisionale, servizi e opportunità. La governance diventa essa stessa una funzione essenziale perché senza istituzioni accessibili, partecipazione e trasparenza, la prossimità resta retorica.
[work in progress]
Immaginiamo insieme il futuro di Piscina Argelati
È iniziato questa settimana il percorso di partecipazione per immaginare insieme il futuro di Piscina Argelati, uno degli spazi di Milano che più aspettano nuove idee e visioni per tornare a essere centrali nella vita urbana. Insieme al Comune, stiamo costruendo un percorso di partecipazione che, dopo una serie di incontri pubblici, costruirà le linee guida della sua riqualificazione. Cittadine e cittadini, associazioni, realtà del quartiere e professionisti coinvolti con l’obiettivo di immaginare una nuova Argelati capace di andare oltre la sola funzione balneare e sportiva.
È quello che cerchiamo di fare con FROM: trasformare uno spazio sospeso in uno spazio generativo, e farlo attraverso un metodo che unisce ascolto, visione e attivazione. La Piscina Argelati può diventare un laboratorio di città aperto, attraversabile, vivo tutto l’anno, capace di produrre valore pubblico non solo in termini di servizi, ma di relazioni, cultura, benessere e nuove economie urbane.
Il percorso si articola in tre incontri pubblici e un Open Day. Dopo il primo incontro di questo martedì, si prosegue il 3 marzo alle 18:30 allo Spazio Seicentro (via Savona 99) e il 10 marzo alle 18:30 da BASE Milano (via Bergognone 34). Il 14 marzo alle 10:00 apriremo infine le porte della Piscina Argelati (via Segantini 6) per un Open Day dentro lo spazio, per vedere ciò che resta e immaginare insieme ciò che ancora non c’è. Gli esiti di questo percorso contribuiranno a definire le linee guida del bando pubblico per la ristrutturazione e la rigenerazione: un’occasione concreta per scrivere insieme il futuro di un pezzo di città.

Lo sport torna bene pubblico con Fuori Campo
È anche partito un secondo percorso molto interessante, sempre a Milano: Fuori Campo. Un programma di animazione sportiva diffusa che porterà in città oltre 300 attività gratuite fino a dicembre 2026, coinvolgendo 60 spazi pubblici tra parchi, piazze e campetti nei quartieri della città. Rivolto ad adolescenti e giovani, con particolare attenzione alle fragilità sociali e culturali, il progetto sperimenta un nuovo modello di sport come infrastruttura educativa e occasione di crescita, inclusione e presidio positivo dello spazio pubblico.
FROM ha animato la co-progettazione collaborando con beneficiari, fondazioni filantropiche, Comune di Milano e altri partner alla stesura della versione definitiva del progetto. Ci occuperemo anche del monitoraggio e del report finale di valutazione delle attività, con l’obiettivo di definire un modello replicabile di intervento per l’animazione sportiva negli spazi pubblici.
Il progetto è promosso dal Comune di Milano e da Fondazione di Comunità Milano, con il contributo di Fondazione Fiera Milano, Fondazione EOS - Edison Orizzonte Sociale, Fondazione Mazzola, Fondazione Milan e Chiomenti. Le attività sono realizzate da una rete di 18 organizzazioni cittadine coordinate da Sanga Milano, in collaborazione con associazioni sportive, enti del terzo settore e realtà educative attive nei quartieri.
[appunti su]
Sbloccare le case, sbloccare il futuro
[leggi qui il post su LinkedIn di Stefano Daelli]

A Ome, in Franciacorta, a quindici minuti da Brescia, 1 casa su 6 è vuota. Non in un borgo remoto, non in un territorio marginale, ma nel cuore di una delle aree più attrattive del Paese. Eppure i giovani che lì sono nati – o che lì vorrebbero costruire la propria vita – non riescono ad abitarci. È il paradosso dell’Italia contemporanea: emergenza abitativa e sovrabbondanza di case. Dieci milioni di abitazioni non occupate a livello nazionale, un capitale immenso immobilizzato, mentre l’età media di chi compra la prima casa continua a salire e il patrimonio si concentra sempre di più nelle generazioni anziane. Un corto circuito che conosciamo fin troppo bene tra demografia, cultura e visione.
Le finestre buie non raccontano soltanto immobili sfitti. Raccontano relazioni che non si attivano, servizi che si indeboliscono, scuole che rischiano di chiudere, negozi che non aprono. Raccontano un patrimonio privato che, non entrando in circolo, diventa un tappo demografico e sociale. Nei comuni sotto i 5.000 abitanti – il 70% del totale italiano – la popolazione cala, i nuclei si restringono, la fascia più produttiva si assottiglia. E intanto la casa resta bene patrimoniale più che servizio. La paura della morosità supera il desiderio di contribuire a un progetto collettivo e così il territorio rischia di trasformarsi in cartolina stagionale o in buen retiro senza ricambio generazionale. Due scenari apparentemente opposti, ma accomunati da una stessa rinuncia a una progettualità.
Eppure è proprio qui che si apre uno spazio di possibilità. Non si tratta di scegliere tra città e borgo, ma di costruire un’alternativa credibile: luoghi a scala umana, connessi, capaci di offrire qualità della vita e opportunità di lavoro. Significa attivare le migliaia case vuote delle tantissime Ome in giro per il Paese e renderle infrastruttura sociale, accompagnare i proprietari, sperimentare modelli intergenerazionali, creare hub di lavoro agile, presidiare i servizi essenziali e raccontare una narrazione nuova. Nessun piccolo comune può invertire da solo tendenze macroeconomiche o demografiche ma può diventare prototipo e dimostrare che l’abitare non è solo una questione di hardware (immobiliare), ma anche di software, e cioè di comunità. La domanda, allora, non è se sia facile: non lo è. La domanda è: siamo disposti a prenderci la responsabilità di provarci?
Inoltrato molte volte
European Urban Initiative: arriva la quarta call
È aperta la quarta call per azioni innovative nell’ambito della Commissione europea a cura di European Urban Initiative: un’opportunità per i Comuni che vogliono testare soluzioni innovative su clima, mobilità dolce, casa accessibile e inclusione sociale. Finanziata dal Fondo europeo di sviluppo regionale, questa call mette a disposizione 60 milioni di euro per finanziare 30 progetti sul territorio europeo. Per la prima volta possono candidarsi anche le città sopra i 25.000 abitanti.
Che dite, ne parliamo e costruiamo insieme qualche proposta?
Abbiamo bisogno di città noiose?
La provocazione arriva nientemeno che dalle Nazioni Unite. E se dopo un periodo di annunci, luci della ribalta, architetture vertiginose e corsa al record più record dei record, il futuro fosse un ritorno alla cura di quella infrastruttura invisibile che rende la città vivibile, aperta e inclusiva? Non auto a guida autonoma ma strade che non si allagano. Non grattacieli disegnati da archistar mondiali, ma parchi curati per permettere l’incontro tra le persone. E se less fosse davvero more?
Sadiq Khan l’ha fatto di nuovo
Il Sindaco di Londra si conferma uno dei politici più attenti e interessati all’idea che le città possano avere un futuro anche leggermente diverso rispetto alla narrazione dominante. Da quando ha imposto una tassazione per tutte le macchine che si muovono sul territorio della capitale in poi, Londra sta cercando di aprire una fase di apertura e inclusione. Non facile, ma sappiamo che i processi di trasformazione urbana vanno pensati su cicli lunghissimi. Adesso che ha fatto? Be’, ha deciso di redistribuire – che parola fuori moda! – i soldi che arrivano dalla vendita dei biglietti della lotteria per finanziare progetti e spazi di comunità!
È uscito il terzo numero de “La rivista” di cheFare
Gli amici di cheFare, nel loro nuovo numero laRivista, affrontano da più punti di vista un tema cruciale per chiunque faccia il nostro lavoro: le implicazioni e la complessità della rigenerazione urbana. Un fenomeno tutt’altro che neutro, lo sappiamo, che cambia profondamente a seconda di chi ne parla. Più analisi che dialogano tra loro per mettere al centro il diritto alla città e mostra quanto le dinamiche di gentrificazione, turismo di massa e mercato immobiliare impattino sulle comunità. Attraverso contributi di ricercatori, attivisti e policy maker, il numero esplora esperienze concrete e riflessioni teoriche su come rigenerare spazi urbani senza lasciare indietro nessuno. La trovate gratuitamente sul sito di cheFare.


