News da FROM - Luglio 2026
Un mese in cui abbiamo riflettuto e lavorato molto sul concetto di spazio pubblico, tra nuove idee e progetti realizzati nelle città piccole, medie e grandi
Lo spazio pubblico come battito cardiaco della città
Siamo abituati a pensare allo spazio pubblico come a qualcosa che, semplicemente, c’è. Un parco dove portare i bambini, una piazza da attraversare (quando non fa troppo caldo), la panchina sotto casa. Come se quei luoghi fossero lì da sempre, e per sempre. Ma lo spazio pubblico non è qualcosa di neutro. È il risultato di un processo, di un progetto, di una visione. Dall’ideazione al mantenimento quotidiano, si tratta di una dimostrazione tangibile del tipo di città che abitiamo. La piazza è di tutti o solo di chi può spendere? Il parco ripara davvero dal caldo? La strada resta viva o si svuota? Non sono domande retoriche.
Dal punto di vista delle politiche pubbliche, poi, dobbiamo chiederci chi si prende cura dello spazio pubblico, e con quali strumenti.
Le trasformazioni urbane degli ultimi decenni lo hanno trattato come qualcosa di improduttivo, un costo da tagliare quando i bilanci stringono. Al convegno milanese Strategic Management for Cities, Towns and Villages, José Chong di UN-Habitat ha proposto di ribaltare lo sguardo e gestirlo come un patrimonio collettivo che genera valore, un’infrastruttura al pari delle strade o delle reti idriche, fatta di pianificazione, cura e risorse. Da qui quattro proposte. Gestirlo come bene comune, progettarlo con chi lo vive, renderlo più intelligente e sensibile grazie all’uso dei dati, finanziarlo in modi nuovi. L’obiettivo è disegnare una città più accessibile, equa e anche pronta ad affrontare le evoluzioni della crisi climatica.
Ma lo spazio pubblico non è solo una piazza o un parco. È anche un “terzo luogo”. Un luogo che non è casa e non è lavoro, ma non è nemmeno negozio. Un posto dove si entra senza dover giustificare la propria presenza, dove nessuno ti chiede niente e dove può nascere una socialità libera dalla logica della prestazione. Lo spazio pubblico è anche il quartiere, la scala di prossimità alla quale le politiche funzionano meglio, dove welfare, cultura, servizi e partecipazione possono finalmente parlarsi. Parlare di spazio pubblico vuol dire parlare di infrastrutture sociali e democratiche che, quando sono vive, tengono insieme la città, mentre quando si indeboliscono non riescono più a contrastare isolamento e disuguaglianza.
È questo, in fondo, il cuore del diritto alla città. Non l’accesso a un servizio, ma la possibilità concreta di abitare, usare e trasformare i luoghi in cui viviamo. Saskia Sassen lo ha raccontato bene in Espulsioni, descrivendo il processo per cui la città contemporanea tende a espellere chi non produce valore, riducendo lo spazio a merce e le persone a clienti. Difendere lo spazio pubblico significa allora difendere il diritto di restare.
L’Italia ha un limite e un’occasione. Il limite è l’assenza di una cornice nazionale stabile. L’occasione sono le buone pratiche locali, come i patti di collaborazione di Bologna, l’uso civico e collettivo di Napoli e le Case del Quartiere di Torino. Esperienze che reggono spesso sulle spalle di poche persone, senza mezzi stabili né tutele.
La vera svolta sarebbe cambiare logica. Nel Regno Unito Demos e Kinship Works hanno recentemente proposto un piano Marshall per la vita civica. In sintesi, smettere di misurare solo il costo delle emergenze, come solitudine, disagio e abbandono dei quartieri, e iniziare a finanziare, prima, chi ogni giorno impedisce a quei problemi di crescere. Considerare la vita civica non come una voce di spesa, ma come un’infrastruttura preventiva. Agire non sugli effetti ma sulle cause.
Abbiamo imparato benissimo a finanziare progetti e opere. Ora dovremmo imparare a investire nelle comunità che rendono vivi i luoghi ogni giorno. Lo stato di salute di una città, il suo battito cardiaco autentico, si misura non dai suoi viali trionfali, dalle sue piazze auliche o dalla capacità di attirare turisti con vetrine scintillanti, ma da quanto riesce a far crescere relazioni senza chiedere alle persone di dimostrare qualcosa per restarci dentro.
[work in progress]
SPAZIO AL TALENTO: un anno a Lecco, e ora lo spazio è dei giovani
Negli scorsi giorni abbiamo chiuso Spazio al Talento, il percorso con il servizio giovani di Lecco, dopo esattamente un anno di lavoro insieme. E siamo davvero contenti di com’è andata.
Tutto nasceva dall’avviso ANCI per assegnare a organizzazioni under 35 gli spazi comunali sottoutilizzati, nel nostro caso una parte del Centro Civico Sandro Pertini. Gli obiettivi erano due: costruire l’avviso di assegnazione a partire dai bisogni reali dei ragazzi e delle ragazze del territorio; accompagnare i primi mesi di attività di chi lo avrebbe vinto. Nel mezzo, un anno fatto di analisi del territorio, interviste e co-design con associazioni e gruppi informali, capacity building sulla gestione degli spazi, co-progettazione della convenzione, supporto ai primi passi delle organizzazioni.
Il risultato è che uno spazio prima sottoutilizzato, in un quartiere periferico, oggi è gestito da 9 associazioni giovanili di Lecco che lavorano su teatro, sport, cultura, salute mentale, attivazione civica e vita comunitaria. Tra playground esterno, teatro e aule polifunzionali c’è talmente tanta energia che il problema più grosso, adesso, è gestire le troppe proposte che arrivano. Un “happy problem” che dice già tutto!
Ed è la cosa che ci portiamo a casa: in una città media come Lecco c’è una fame vera di spazi così, e attivazioni di questo tipo hanno un peso specifico che si riverbera su tutto il territorio. Non un caso isolato, ma un metodo che può funzionare altrove. Se volete essere aggiornati, trovate AlCubo, il network che oggi lo anima, anche su Instagram.
Grazie al Servizio Giovani e a Informagiovani Lecco per il percorso svolto in quest’anno di lavoro insieme.
I NEGOZI DEL CUORE: un’iniziativa per Bari Capitale Europea del Piccolo Commercio
Il piccolo commercio non è solo impresa, ma è anche e soprattutto relazione, fiducia, sicurezza e vita quotidiana. Il negozio sotto casa è un presidio che tiene insieme un quartiere tanto quanto una piazza o una biblioteca.
È da questa idea che parte I Negozi del Cuore, l’iniziativa con cui Bari vuole mappare i negozi di vicinato più amati dalla città, costruita proprio da chi la abita.
Sei di Bari? Hai un negozio o una bottega del cuore?
Un'attività commerciale o un artigiano a cui sei particolarmente legato/a?
Segnala il tuo negozio del cuore. Sono già arrivate 1200 segnalazioni!
L'iniziativa fa parte del percorso di candidatura che Bari ha avviato a maggio 2026 per diventare Capitale Europea del Piccolo Commercio 2027, il riconoscimento della Commissione Europea dedicato alle città che scelgono di investire sul commercio di vicinato come una vera infrastruttura urbana. La call è stata lanciata insieme al sito vetrina del percorso di candidatura Bari Capitale Commercio 2027 da cui potete seguire tutti gli aggiornamenti e segnalare il vostro negozio del cuore.
Come FROM siamo molto contenti di accompagnare il Comune di Bari in questo percorso, supportando le attività di comunicazione e ascolto. Potete seguire tutti gli aggiornamenti e le prossime iniziative sulla pagina Instagram dBari 2224.
INEDITA: le sette storie vincitrici!
Qualche giorno fa abbiamo annunciato le sette storie (su sessanta candidature ricevute) che hanno vinto la prima edizione del Premio INEDITA, l’iniziativa di FROM con il supporto di European Climate Foundation per raccontare storie di transizione ecologica nelle aree meno in vista del Paese.
Francesco Revello racconta ConTrasporto, la cooperativa che nelle Langhe e nel Roero risponde alla povertà di mobilità con navette a chiamata e carpooling. Elena Cicardo ci porta a Ferla, borgo siciliano di 2.500 abitanti che da un bilancio in rosso ha costruito la prima comunità energetica dell’isola. Giove (Verdiana Fronza e Giovanni Melchiori) segue KönCeRT, la CER solidale della Piana Rotaliana cresciuta da 19 a 450 soci. Chiara Monzani ricostruisce trent’anni de La Foresta, la cooperativa valsusina della filiera bosco-legno-energia. Rita Cantalino entra alla Pibiesse di Nocera Inferiore, tipografia riconvertita che nell’agro nocerino-sarnese ha unito democrazia d’impresa e accoglienza. Mattia Iorillo attraversa la provincia di Isernia, dove le comunità energetiche stanno ricucendo comuni piccoli e frammentati. Francesco Pattacini racconta la Comunità del Grano dell’Alto Appennino, tra Bologna e Firenze, dove un fornaio e un agricoltore hanno riavviato una filiera del pane biologica fatta di persone prima ancora che di grano.
Le storie finaliste saranno pubblicate in autunno sul sito di INEDITA!
Ringraziamo la giuria: Emanuela Colaci (Fondazione Giangiacomo Feltrinelli), Gianluca Ruggieri (Università dell’Insubria e cooperativa ènostra), Giulia Bassetto (Will & Chora Media), Maria Aldera (Politecnico di Milano) e Tommaso Ferrari (Comune di Verona). E ringraziamo anche i media partner che daranno alle storie una diffusione ampia e capillare: Citynews, la più grande rete di testate locali in Italia, e PUBBLICO, la newsletter della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli.
Un grazie non rituale, infine, a tutte le persone che si sono candidate e che purtroppo non sono state selezionate. Restate sintonizzati, ci saranno grosse news!
PREMIO FUTURE4CITIES: è arrivato il momento di votare
Torna Future4Cities 2026, i tre giorni sull’innovazione urbana che ogni anno realizziamo insieme a Will Media. Uno dei cuori pulsanti del festival è, come sempre, il Premio Future4Cities, la nostra grande mappatura collettiva di chi prova a rendere le città italiane più giuste e abitabili, un osservatorio che dal 2023 ha ormai superato i 1.000 progetti.
Quest’anno abbiamo ricevuto oltre 250 candidature. La giuria ha scelto i 25 progetti finalisti, 5 per ciascuna categoria (casa, mobilità, comunità, lavoro, clima ed energia), valutando replicabilità, radicamento geografico e grado di innovazione. Sono esperienze che raccontano tutta l’Italia, dai grandi capoluoghi alle aree interne, da nord a sud, isole comprese.
E ora tocca a voi. La parola passa alla community, che fino al 4 settembre può votare online i progetti preferiti. I 5 vincitori verranno annunciati sul palco, nella giornata d’apertura del festival, venerdì 25 settembre.
L’appuntamento è alle OGR di Torino dal 25 al 27 settembre. Tutte le informazioni qui.
TICO: tre quartieri, oltre 3.000 persone, una città che impara insieme
TICO è l’officina mobile della conoscenza che da maggio attraversa Bologna, portando scienza e tecnologia direttamente nello spazio pubblico dei quartieri. Un laboratorio itinerante su ruote che per una settimana trasforma una piazza o un giardino in un luogo di scoperta collettiva, con attività gratuite tra robotica, coding, intelligenza artificiale, realtà immersiva ed esplorazioni della natura. L’idea di fondo è semplice e per noi importante. Rendere la cultura scientifica un bene comune, accessibile senza barriere e senza biglietto.
In due mesi TICO ha visitato tre quartieri. Da piazza Lucio Dalla al Giardino Lunetta Gamberini fino a piazza Papa Giovanni XXIII. E i numeri raccontano bene cosa succede quando la conoscenza esce dai suoi luoghi abituali e va incontro alle persone. Oltre 3.000 partecipanti in totale, decine di appuntamenti serali tra spettacoli teatrali, osservazioni astronomiche e cineforum, e centinaia di bambine e bambini coinvolti nei laboratori dei centri estivi curati da Fondazione Golinelli. Ogni tappa ha dimostrato la stessa cosa: uno spazio pubblico può diventare luogo di meraviglia e ricerca condivisa.
Ora TICO si ferma per l’estate, ma a settembre si riparte in un nuovo quartiere e il viaggio è appena cominciato.
TICO, l’officina mobile della conoscenza è promossa dal Comune di Bologna e dalla Fondazione IU Rusconi Ghigi, con la collaborazione e il sostegno economico di Fondazione Golinelli e la collaborazione di Tper. Il progetto Officine della Conoscenza è cofinanziato dall’Unione Europea - Fondi Strutturali e di Investimento Europei, nell’ambito del Programma Nazionale Metro Plus e Città Medie Sud 2021-2027 - CUP F39I23001380006.
(foto di Max Donati)
[appunti su]
Un metodo per una casa accessibile
[leggi qui il post su LinkedIn di Matteo Brambilla]
Qualche settimana fa il New European Bauhaus ha pubblicato Catalogue of Blueprints for Affordable and Resilient Homes, un report che raccoglie venti progetti di edilizia popolare e accessibile in giro per l’Europa. Quello che ci ha colpito non è tanto l’elenco dei progetti, che pure sono bellissimi, quanto il modo in cui il catalogo li legge.
Il documento non si chiede “cosa” sia un progetto, ma “di cosa” è fatto. Lo scompone nei suoi layer, il contesto su cui poggia (economico, sociale, ambientale) e le leve che attiva (spazio, governance, finanza, materiali, attivazione sociale). È un cambio di sguardo che sembra tecnico, ma ha conseguenze profonde. Leggere i progetti per strati invece che per tipologie permette di intercettarne affinità e divergenze anche tra contesti lontanissimi, e soprattutto fa emergere una traiettoria comune: la casa come diritto → la vita nello spazio pubblico → il bisogno di policy.
In mezzo c’è anche l’estetica, certo. Ma non come decorazione. Il New European Bauhaus mette la bellezza al centro del proprio programma come acceleratore sociale. È qualcosa che abilita, dà dignità, rende un quartiere leggibile e attraversabile, e permette alle persone di restare nei luoghi invece di esserne espulse. Il report arriva a parlare di “povertà estetica” come una forma di deprivazione, alla pari di quella economica o relazionale. È un rovesciamento importante perché il bello smette di essere un lusso da concedere e torna a essere funzione sociale.
Ed è qui che il ragionamento diventa concreto e utile anche per noi in Italia, inserendosi dentro il grande dibattito sulla casa che conosciamo bene: milioni di abitazioni vuote, città sempre meno accessibili e periferie lasciate indietro. La domanda, allora, è una sola. Come portiamo il metodo dietro questi venti progetti dentro le nostre città?
La risposta è controintuitiva perché questi progetti non si replicano copiandoli. Un bell’edificio danese non diventa politica pubblica solo perché lo mostriamo in una slide. Si replicano rendendoli scalabili e, soprattutto, scrivendo le regole giuste. Il vero output non è l’ennesimo oggetto architettonico da esibire, ma un bando pubblico che chieda standard elevati sotto ogni profilo. Riuso invece di demolizione, abitanti che restano invece di essere espulsi, spazio condiviso come requisito e non come optional, qualità dell’abitare e, sì, anche bellezza.
È così che “bello, sostenibile, insieme” smette di essere uno slogan e diventa una condizione fondamentale. Una cosa che si può scrivere dentro un capitolato, misurare, pretendere. Ed è forse la parte più sottovalutata del nostro mestiere. Il momento in cui una visione si traduce in una regola moltiplica valore pubblico prima ancora che si posi il primo mattone.
Inoltrato molte volte
Cosa succede a un paese se ci metti tre data center
A Pregnana, 7.000 abitanti a nord-ovest di Milano, arriveranno tre data center sulle ex aree industriali: 25-30 milioni di oneri per il Comune, cinque volte il suo bilancio annuale, ma anche consumo di suolo, acqua ed energia. Un caso che racconta bene opportunità e costi di un’infrastruttura digitale in piena espansione, e l’assenza di regole nazionali chiare. Su il Post.
Quasi 600 comunità energetiche in Italia
Il nuovo rapporto di Euricse mappa 597 Comunità Energetiche Rinnovabili attive o in costituzione nel Paese, analizzandone governance, modelli organizzativi e finanziamento. Un ritratto aggiornato per leggere le CER come vere infrastrutture sociali, capaci di generare valore economico, ambientale e collettivo. Il report qui.
Come combattere il caldo nelle nostre città
L’effetto “isola di calore” rende i quartieri di cemento e asfalto molto più caldi di quelli alberati. National Geographic raccoglie le soluzioni che funzionano davvero, dagli alberi e l’ombra ai tetti e alle superfici chiare, fino al verde e all’acqua per raffrescare lo spazio pubblico. Leggi qui.
La lezione di Jane Jacobs
A oltre sessant’anni da Vita e morte delle grandi città, l’intuizione di Jane Jacobs resta attualissima: la città si tiene in piedi dal basso, dai marciapiedi, dalla mescolanza di funzioni e dagli “occhi sulla strada”, non dai piani calati dall’alto. Il post qui.
Nasce Delta
È online Delta, nuova piattaforma editoriale di Most Media Group (Rivista Studio, Undici) dedicata a luoghi e città: otto metropoli e otto temi per raccontare le trasformazioni sociali, economiche e culturali che le attraversano. Una lettura da tenere d’occhio: delta.world.








